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S. è una ragazza di 18 anni, studentessa all’ultimo anno delle superiori.

Ci chiama perché è in crisi: il suo ragazzo l’ha lasciata.

Racconta di essere disperata, di non aver voglia di reagire: non mangia, dorme male di notte e di giorno vorrebbe starsene da sola in camera, quasi non trova la forza di alzarsi dal letto. Sente che nessuno la può aiutare, la sua migliore amica è in crisi come lei, con i suoi genitori non parla, non sa come uscirne!

“Ci hai chiamati”, le dico, “perché vuoi uscirne”.

Le propongo di incontrarci. Lei accetta. Non in casa, però, ci accordiamo per un colloquio in un luogo neutro: una panchina, nel parco vicino a casa.

La ascolto e accolgo empaticamente la sua sofferenza. Le sue parole, come al telefono, non sono prive di energia. Quando sento che si è instaurato un primo rapporto di fiducia, l’aiuto ad analizzare la situazione, mettendo in evidenza le sue risorse interne (l’intelligenza, il contatto con le proprie emozioni, la capacità di chiedere aiuto) e quelle sociali (un’amica con cui stare, anche nella sofferenza e i genitori che forse hanno voglia di sentirsi coinvolti). La informo dei possibili servizi sul territorio a cui eventualmente potrà rivolgersi.

Mi concentro infine sul suo stato di malessere è una reazione naturale all’abbandono, e, per aiutarla a dimensionare (e non a ridimensionare) l’evento, lo colloco nel contesto di vita ricco di esperienze e di possibilità, che lei stessa, poco prima, mi ha descritto. Le dico che ha tutti i mezzi per trasformare la sofferenza in un’occasione per crescere ed imparare a prendersi cura di sé.

Al termine del colloquio S. è più serena.

“Forza!”, le dico. Lei mi risponde: “Sì”. Ci salutiamo.