Se dovessi descrivere cosa si fa durante i turni in Urgenza Psicologica parlerei di una delle ultime chiamate che ho ricevuto, a Giugno 2018.

“Buonasera, io ho la psicosi”.

Esordiva così una giovane donna che aveva ricevuto pochi giorni prima la diagnosi di psicosi, e da allora aveva cercato da sola, tramite internet, di capire che cosa volesse dire quella parola. Aveva letto che uno dei sintomi della psicosi sono i disturbi del pensiero e l’isolamento sociale, e da allora si tormentava pensando alla sua relazione con il suo fidanzato. 

A. è un signore di circa 50 anni che soffre da diversi anni di disturbo Bipolare. Vive insieme alla figlia che si occupa di lui. Ci chiama un sabato sera, è solo a casa e si sente molto angosciato.

Ci accordiamo per incontrarci. Quando arrivo A. è ancora visibilmente agitato: non riesce a stare fermo e sembra molto confuso. Ci sediamo in salotto e gli chiedo di raccontarmi di lui e del suo malessere, con l’obiettivo di accoglierlo (e di farmi un’idea della gravità del suo disagio) e, allo stesso tempo, di iniziare a tranquillizzarlo.

F. è una donna 45 anni sposata con una figlia. È innamorata di un altro uomo molto più giovane di lei. Frequenta l’uomo da un anno. L'idea di divorziare e cambiare vita l'ha portata a una grande confusione. Dopo l'ultima discussione che ha avuto con persone a lei vicine, riferisce di sentirsi schiacciata dalle emozioni che le offre il nuovo amore e dalla paura che tutto finisca all'improvviso.

Ogni volta che il marito la cerca nell'intimità, lei non c'è mai con l'anima ma solo con il corpo “La mia anima abbandona il mio corpo, penso ad altro mentre lui lo fa”.

La signora B. è anziana - ha superato gli ottant’anni - ed è vedova da molti anni.  Ci chiama per uno stato di intensa preoccupazione che sente per il nipote e il nipotino. Il nipote, “in malattia” da diverso tempo, vive socialmente isolato, in una casa trascurata, in cui accumula un po’ di tutto. Tempesta la signora B. di telefonate nelle quali manifesta la necessità di sostegno ma, nello stesso tempo, rifiuta qualsiasi aiuto la zia sia in grado di offrirgli. Talvolta minaccia il suicidio. Pare che sia sempre stato “un po’ strano”,

C. è un giovane uomo trasferitosi a Milano per lavoro dove ha avviato una carriera professionale promettente. Di recente ha ricevuto un’ulteriore promozione, ricavandone un sentimento di piena e meritata realizzazione personale. Ma adesso avverte che la situazione sul lavoro sta diventando difficile: piccole sgarberie, invidie, commenti sgradevoli dei colleghi nei suoi confronti. Così la sua sicurezza ha incominciato a vacillare e con essa anche il rendimento lavorativo. Non crede di essere più all’altezza del compito, stretto in un circolo vizioso: più si sente inadeguato più errori commette, errori che non fanno che aumentare il senso di inadeguatezza.